Fino all’ultima domanda: un’intervista a Max Collini

Quando L. mi ha chiesto di intervistare Max Collini ho risposto con entusiasmo: «Subito, amico: anche gratis!». Solo nel momento in cui L. mi ha allungato la mano per stringere l’affare – per lui oltremodo conveniente – mi sono reso conto di essere stato fregato ancora una volta dalla foga (e da L., in particolare, dal quale non ho mai visto il becco di un quattrino).

Rispondo subito alla domanda che mi porrà il lettore interessato alle mie sorti economiche: «Perché tanto entusiasmo per un’intervista da fare gratuitamente?».

«Un po’ perché nessuno mi chiede di intervistare qualcuno da un bel pezzo e un po’ – soprattutto – perché ho amato moltissimo gli Offlaga Disco Pax (e continuo ad ascoltarli tuttora). Il me poco-più-che-ventenne ritrovava nei loro pezzi non solo molti dei suoi stessi riferimenti culturali ma anche alcune tracce della sua esperienza (giravo Roma con la golf “piuttosto frusta” di mio nonno sentendomi un po’ il protagonista di Dove ho messo la golf; da studente di sinistra – seppur figlio della borghesia, e per la verità già abbastanza combattente da poltrona – mi sembrava che Sensibile rappresentasse in modo esatto la mia rassegnazione per la sconfitta degli ideali; ripensavo all’ingenuità degli innamoramenti dei liceali ascoltando Khmer rossa) e spunti (da Piccola Pietroburgo presi la fallimentare idea di mettere su una cooperativa con i miei amici per rilevare il cinema del mio paese di provincia – esperienza mai decollata). Un po’ di tempo dopo, poi, interruppi i rapporti con mio padre per un bel pezzo e a volte – forse per convincermi a fare un passo indietro, o magari per puro masochismo – mettevo su Venti minuti. Ascoltavo il dolore intimo per la morte di un padre con un nome difficile (il suo si chiamava Metuccio, il mio si chiama Adolfo) e faticavo a mantenere il necessario distacco emotivo: “Non andavamo d’accordo / Invecchiando trovo in me particolari di lui, alla mia età di adesso / Qualche segno delle mani, un’espressione allo specchio, un tono di voce / Questa cosa non mi piace per niente”. Insomma, come non voler bene a Max Collini?». Sarebbe ingiusto, però, ridurre Max Collini all’esperienza degli Offlaga Disco Pax: negli ultimi anni – tra le altre cose – ha messo su con Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò il notevole duo Spartiti (già due album all’attivo) e lo spettacolo Max Collini legge l’indie, nel quale il nostro legge e commenta i testi del nuovo it-pop (genere che – come i pochi che mi seguono sanno – mi sta molto a cuore).

Al lettore non interessato alle mie sorti economiche né alle ragioni del mio trasporto per gli Offlaga Disco Pax, invece, interesserà di certo scoprire il perché di quest’intervista. La chiacchierata tra me e Max Collini dovrebbe infatti introdurre la sua esibizione in Uòrol – 15 minuti di celebrità, uno spazio autogestito – in modalità streaming, obbligata dall’emergenza sanitaria – nel quale Collini avrà 15 minuti per fare quello che gli passa per la testa. la rassegna on line in tre serate (la cui idea e il cui titolo si rifanno alla celebre profezia attribuita a Andy Warhol: «In the future, everyone will be world-famous for 15 minutes») è una delle iniziative del Castiglioncello Summertime che in tal modo ha voluto dare (anche lui) il suo piccolo contributo all’industria dello spettacolo.

«Il nostro è un piccolo salvagente musicale» mi dice L. «io penso che la musica salvi le persone – e mai come in questo momento le persone hanno necessità di essere salvate, non trovi?».

Poi L. si leva la tuba dal capo e mi spiega che a ogni serata e a ogni artista sarà associato – e donato – un quadro: a Max Collini è abbinato La mia risposta all’ultima domanda, di Irene Andrei.

Un dettaglio di La mia risposta all’ultima domanda (I. Andrei)

«Posso decidere io i temi della conversazione?» chiedo a L.

«Hai carta bianca, mi fido di te».

ANTONIO COLETTA: Immagino che tanti altri ti abbiano raccontato la stessa banale esperienza: quando venne fuori Socialismo tascabile, gli Offlaga Disco Pax furono un approdo inevitabile per me e per tutti quelli che avevano ascoltato per anni i Cccp e i Massimo Volume. Per quanto siano state le affinità con questi due gruppi ad attirare il mio ascolto, penso che siano maggiori e più significative le divergenze tra i compagni Ferretti e Clementi e voi – non solo per l’approccio elettronico ma anche e soprattutto per il tipo di ironia, il neosensibilismo, lo stile prosaico, essenziale e preciso, dei tuoi testi. Le tue canzoni – da quelle per gli Offlaga a quelle per Spartiti – sono veri e propri racconti, godibili anche come mera lettura. Quando ti sei avvicinato per la prima volta alla scrittura? Qual è il tuo metodo di scrittura? Hai un modello al quale ti ispiri nella composizione?

MAX COLLINI: «Ho inizato a scrivere racconti all’inizio di questo millennio, attorno al 2000 quindi, per due motivi precisi: la disponibilità per la prima volta di una connessione a internet e di un ordinateur, come lo chiamano i francesi (un computer, insomma) e perché avevo letto due o tre cose che mi avevano folgorato, in particolare un racconto di Arturo Bertoldi, un romanzo di Giuseppe Caliceti e un libro di Paolo Nori. Quel modo di raccontare mi aprì un mondo e leggendo quelle storie una voce dentro di me diceva: “fallo anche tu”. Non avrei mai potuto immaginare in quell’attimo che i miei raccontini, che inizialmente giravano clandestinamente su mailing list primigenie e siti obsoleti ormai non più online, mi avrebbero portato sui palchi per quasi vent’anni. Uno sa quasi sempre da dove partire, ma raramente dove arriverà. Ringrazio ancora i tre autori citati, senza Bassotuba non c’è di Paolo Nori, Fonderia Italghisa di Giuseppe Caliceti e senza il racconto Il piccolo Consumatore di Arturo Bertoldi (che poi riadattato è diventato il testo di Cinnamon degli Offlaga Disco Pax) non avrei mai cominciato. Vale anche per l’orrendo pc Compaq con cui per la prima volta mi collegai alla rete alla fine del lontanissimo 1999. Ci tengo a dire che non mi sento uno scrittore vero e proprio, ma semplicemente uno che racconta storie, non ho modelli letterari espliciti e sono abbastanza istintivo. Vorrei però trovare il modo di allungare il brodo, perché non sono mai riuscito a superare la terza pagina. Temo di dover prendere atto che la scrittura sia l’unico campo in cui ho il dono della sintesi».

Col senno del poi, forse il vero punto in comune tra l’esperienza degli Offlaga, quella dei Cccp e quella dei Massimo Volume è l’Emilia, una terra che – da Guareschi in poi, grazie a una quantità incredibile di talenti e attraverso la rappresentazione che ne hanno fatto il cinema, la musica, la letteratura e la narrazione politica – è stata raccontata agli italiani in tutti i modi e in tutte le salse. Attraverso i vostri racconti, noialtri ci siamo illusi di conoscere a fondo le dinamiche sociali della vostra provincia. Negli ambienti socialisti, poi, abbiamo guardato a lungo all’Emilia come al modello sociale e culturale da imitare. Cosa resta oggi di quel modello emiliano?

«Per quanto la normalizzazione culturale abbia occupato spazi consistenti anche in queste lande, purtroppo, resta un carattere peculiare che ancora non è stato spazzato via e cioè l’anima sociale degli Emiliani. Siamo gente che ama la vita collettiva, che fa volontariato, che fonda circoli culturali, che preferisce spesso la parola noi alla parola io. È un tratto distintivo di questa parte di mondo, figlio di generazioni che in meno di mezzo secolo sono passate dalla terza elementare alla laurea, dalla mezzadria all’agricoltura sostenibile, dal tornio alle macchine a controllo numerico e dall’economia rurale all’esportazione nel mondo di tecnologie e prodotti all’avanguardia. Forse anche qui non è più dato ragionare in termini di coscienza di classe, ma resta un fatto che sindacati, Arci, Anpi, partiti e associazioni abbiano ancora, nonostante tutto, un numero di iscritti e di militanti talmente grande da far sperare in una società dai valori ancora vivi e propositivi. Lo spero con tutto il cuore nonostante le derive imperanti».

Se dovessi indicare un libro della vita, quello che in qualche modo ha segnato la tua esistenza, quale sceglieresti? E perché?

«Il Rosso e il Nero di Stendhal, che lessi a diciassette anni consigliato da una amica poco più grande. Per la prima volta mi cimentavo con un classico che non fosse imposto dalla scuola. Da quel giorno le mie letture divennero più strutturate e meno casuali. Ancora oggi leggo di tutto, comprese cose leggere, anzi, leggerissime».

Mi perdonerai se ho dato un’occhiata alle ultime letture che hai segnalato sul tuo profilo Facebook. Tra i libri che consigli c’è L’uomo nero e le stragi di Giovanni Vignali, un libro che racconta la storia del neofascista reggiano Paolo Bellini. Non ho letto il libro ma conosco, a grandi linee, la storia da killer e criminale di Bellini. Le cronache raccontano, tra l’altro, che Bellini sia stato di recente rinviato a giudizio per la strage di Bologna e coinvolto nella guerra tra ‘ndrine per il controllo dell’Emilia. A questo proposito, la tua città è stata la sede del processo Aemilia, il più grande processo per mafia del nord: un’associazione, quella tra ‘ndrangheta e Reggio Emilia, che fino a pochi anni fa a un osservatore esterno sarebbe apparsa surreale. Da abitante di Reggio, hai avuto percezione di questa massiccia presenza mafiosa nel territorio emiliano? Come ha vissuto la tua provincia questa improvvisa identificazione con una piazza mafiosa?

«Qui la ‘ndrangheta non controlla il territorio con i metodi che usa in Calabria e si interessa principalmente di affari: è una provincia ricca dove girano soldi, droga, edilizia, appalti, eccetera. Per gli emiliani è difficile immaginarsi dentro la cultura mafiosa, che ovviamente non ci appartiene per ragioni evidenti, perché qui il piccolo commerciante locale non si vede quasi mai assediato dal pizzo. Le mafie al nord lavorano in altro modo e taglieggiano chi possono controllare anche nel loro territorio. Per esempio famiglie di imprenditori calabresi emigrati da anni al nord, ma con parenti e interessi nel luogo di origine oppure imprese edili sempre di quella provenienza magari prima aiutate e poi depredate, ricattate o semplicemente asservite. L’esperienza dell’emiliano medio con le ‘ndrine non è quotidiana quindi, ma se girano soldi facili finisce che quei soldi facili facciano gola anche a gente locale senza troppi scrupoli, come ad alcuni fanno gola i voti che alcune comunità possono garantire. Il neofascista reggiano Paolo Bellini, poi al soldo delle ‘ndrine, fu l’esecutore materiale di un attentato in città che solo per caso non fu una strage, cioè la bomba al bar “Pendolino”, locale di un quartiere popolare a ridosso del centro della città frequentato da diversi esponenti della mafia calabrese appartenenti a un clan rivale. Era il 1998 e poteva davvero essere un’ecatombe (la bomba esplose facendo decine di feriti) e fin da allora si poteva comprendere che le ‘ndrine erano qui da anni e facevano già alleanze imprevedibili con altri pezzi di società deviata. Ci abbiamo messo troppo tempo a capire la gravità della situazione, col risultato che una terra apparentemente tranquilla nascondeva derive inquietantissime già negli anni Novanta, bastava saper leggere gli eventi».

A fare da contraltare al Bellini (Paolo) reggiano e nero c’è il compagno milanese Bellini (Andrea), che tu e Jukka Reverberi fate protagonista di Servizio d’ordine, la traccia che dà il titolo all’ultimo album di Spartiti. La contrapposizione politica è un tema centrale della tua opera – e, mi pare, anche delle tue letture, tra le quali ho trovato i due libri di Scurati su Mussolini e i saggi di Pupo e Gobetti sulle foibe. C’è però una parte della sinistra che ritiene che il fascismo sia un problema superato e che l’antifascismo sia poco più che un fatto folklorico – facendo così da sponda (ma questo è un mio parere) alle rivendicazioni revisioniste della destra. Tu cosa ne pensi di questo tema e di questo atteggiamento?

«Abbassi la guardia un secondo e ti ritrovi circondato da gente che rivaluta generali dell’esercito fascista che nelle guerre coloniali hanno gasato migliaia di persone inermi con l’iprite, segretari di partito compromessi con le leggi razziali e politici che sostengono che foibe e shoah siano state più o meno la stessa cosa. Poi approfondisci e scopri che i morti nelle foibe sono stati tre o quattromila (un numero altissimo, per carità, ma gli slavi civili morti a causa delle guerre di occupazione fascista e nazista furono centinaia di migliaia), che non ci fu alcuna pulizia etnica, che quelli che volevano sterminare popoli interi eravamo noi, che quelli che portavano gli slavi nei campi di concentramento di Arbe per affamarli (a decine di migliaia) e ammazzarli eravamo noi, che le foto delle fucilazioni che ogni anno vengono fuori non sono foto di civili italiani indifesi ammazzati dai partigiani di Tito, ma sono sloveni accoppati dalle truppe di occupazione italiane. Il mondo e la storia rovesciati, le vittime dipinte come carnefici, gli invasori che si descrivono come brava gente travolta dagli eventi. Le foibe furono una tragedia? Sì. Furono la conseguenza della guerra di invasione nazifascista? In gran parte sì. Ci furono esecuzioni sommarie con dentro anche degli innocenti? Purtroppo sì. Fu uno sterminio etnico? No. Quante atrocità commisero gli italiani in quel territorio? Tantissime, infinite. Le rappresaglie di Tito furono paragonabili per metodo, merito, numero e qualità? No, nemmeno lontanamente. Non giustifico nulla, ovviamente, né in un senso né nell’altro, ma capisco perché gli sloveni quanto sentono certi politici italiani tirare fuori le loro analisi sommamente propagandistiche si indignino e poi tocchi a Mattarella metterci una pezza. Abbiamo fatto cose terribili sul confine orientale e se è vero che Tito non andò tanto per il sottile è anche vero che dopo anni di guerra di occupazione brutale e impietosa sarebbe stato difficile fidarsi degli invasori. La cosiddetta pulizia etnica degli italiani nella ex Jugoslavia da parte del regime di Tito è un argomento principalmente usato a scopo di propaganda politica. Basterebbe leggere i libri di Raoul Pupo (un docente e storico che negli anni ‘80 era il segretario della Dc di Trieste, non certo un pericoloso sovversivo quindi) per comprendere la faccenda nella sua reale, per quanto grave, entità e quanto essa sia stata presa a pretesto per poter dire che le atrocità fasciste non furono diverse da quelle Jugoslave, in modo da poter dire che tutto sommato meglio i fascisti, visto che lottavano contro il pericolo comunista. Mi sale la carogna ogni volta che leggo queste scemenze, proprio non le reggo più».

Riagganciandomi a quanto dicevo prima sulla tua capacità di scrittura, trovo che molti tuoi testi riescano a far percepire vicende singolari come esperienze comuni. In alcuni pezzi più intimisti, per esempio, ho rivisto spesso me stesso – nonostante a volte non ne avessi alcuna ragione obiettiva – facendo fatica a mantenere la giusta distanza emotiva da quella rassegnazione, amarezza e nostalgia che li pervade. Mi dispiace però deluderti: non sono un critico di professione e le mie valutazioni sono solo quelle di un ascoltatore appassionato – e lasciano il tempo che trovano. Puntualizzato il mio ruolo, hai mai pensato di scrivere un romanzo o una raccolta di racconti?

«Ci penso da secoli, temo che ci vorranno altri secoli. Sono di una pigrizia indicibile e ingiustificabile».

Grazie a Piccola Pietroburgo, tu e gli Offlaga Disco Pax avete acceso i riflettori su Cavriago – il paese di Orietta Berti – e la sua piazza Lenin. Il busto di Lenin e la rossa Cavriago sono diventate un tema fisso nelle interviste alla Berti – che ha appena pubblicato una biografia e che prima di partecipare all’ultimo festival di Sanremo ha rilasciato decine di interviste parlando con affetto del comunismo della sua città e ricordando di come la mamma la trascinasse nelle manifestazioni con la bandiera rossa. A proposito, tu hai seguito il festival di Sanremo?

«Ho seguito con passione Sanremo anche a questo giro, come faccio del resto ininterrottamente dal 1978 quando appena undicenne venni folgorato da Anna Oxa e Rino Gaetano. Soprattutto da Anna Oxa, lo ammetto».

Negli ultimi anni hai portato avanti un progetto nel quale leggi e commenti i testi degli artisti del cosiddetto indie italiano. Esiste, secondo te, un tratto in comune tra la musica che oggi viene considerata indie e quella che veniva considerata tale vent’anni fa? Qual è, secondo te, la chiave del successo commerciale dell’“indie” di oggi?

«C’è un equivoco a monte: quello che in tutto il resto del mondo si chiama POP qui in Italia, non saprei dirne bene il motivo, viene chiamato INDIE. Nel mio spettacolo cerco di spiegare come sia stata possibile questa contraddizione, non so però se ci sono riuscito. Sono cose che misteriosamente accadono. Qualcuno sa perché».

C’è un progetto musicale nella scena indipendente italiana degli ultimi anni che ti ha colpito in modo particolare e ritieni di valore?

«Della nuova leva cantautorale degli anni Dieci o, se preferite, nel nuovo it-pop, direi Motta e Calcutta. Tra i pochi, secondo me, che hanno una personalità importante sia nel linguaggio che nella composizione».

Foto di Guido Mencari

Prossimamente sarai protagonista di Uòrol, rassegna on-line del Castiglioncello Summertime. Non possiamo anticipare nulla di quel che accadrà nei 15 minuti della tua esibizione – trasmessa in streaming a causa dell’emergenza sanitaria. Anche se non sarai fisicamente a Castiglioncello, mi piace però immaginarti mentre lasci Reggio Emilia, attraversi Livorno e la raggiungi a bordo della tua Golf senza la quinta marcia, con l’adesivo «Lula, Brazil» piazzato sul lunotto di dietro. Levami una curiosità: hai davvero “rubato” la tua automobile sequestrata come racconti nella canzone?

«L’ho rubata davvero ed esattamente nel modo in cui lo racconto nel brano Dove ho messo la Golf degli Offlaga Disco Pax. Oggi non lo rifarei, ma all’epoca dell’episodio avevo ventisei anni e avevo ancora la faccia come il culo, faccia che poi nel corso del tempo ho cercato di tenere un po’ a freno».

Che ne dici, faremo il tifo per l’annacquato presidente Lula per le prossime presidenziali brasiliane?

«Nessuno potrà essere peggio di Bolsonaro».

Max Collini (all’anagrafe Massimiliano, classe 1967, ariete, celibe) è stato per circa undici anni la voce narrante e l’autore dei testi degli Offlaga Disco Pax, collettivo neosensibilista di Reggio Emilia in cui ha militato dalla sua fondazione avvenuta nel 2003 fino allo scioglimento, seguito alla dolorosa scomparsa di Enrico Fontanelli nel 2014. Con gli ODP ha pubblicato tre album, tra cui il pluripremiato esordio Socialismo tascabile (Santeria/Audioglobe), uscito nel 2005 e tra i dischi più influenti della scena indipendente italiana degli anni zero, e collezionato oltre quattrocento concerti. Dopo la fine dell’esperienza con gli Offlaga Disco Pax ha iniziato a collaborare continuativamente con Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò nel duo Spartiti, di cui è uscito un album nel 2016 (Austerità – Woodworm label) e un Ep nel 2017 (Servizio d’ordine, sempre su Woodworm) e con il poeta e scrittore reggiano Arturo Bertoldi negli spettacoli di letture Via Toschi 23. Per tutto il 2018 è stato in tour con i monologhi Dagli Appennini alle Ande, dove ha macinato quasi cinquanta date tra teatri, club, circoli e altri luoghi di aggregazione di varia natura. Tra le sue collaborazioni come ospite sia dal vivo che su disco trovate anche Lo Stato Sociale, gruppo attualmente molto in voga tra le giovani generazioni (le prove di quanto affermato le trovate sull’internet). Ha partecipato in questi anni, sempre come ospite, a diversi concerti del tour per i trent’anni di Ortodossia dei Cccp con Massimo Zamboni e ai concerti dedicati ai 25 anni di Epica etica etnica pathos dei post-CSI ed è stato uno dei protagonisti dello spettacolo teatrale/musicale I SOVIET + L’ELETTRICITÀ, dedicato ai cento anni della Rivoluzione d’Ottobre, spettacolo scritto da Massimo Zamboni dei Cccp/CSI. Tra il 2019 e il 2020 (quando possibile) Max è stato in tour con un nuovo spettacolo intitolato Max Collini legge l’indie, dove reinterpreta alla sua maniera la nuova scena italiana di questo decennio: da Coez a i Cani, da Lo Stato Sociale a Calcutta, dai Coma_cose a Young Signorino. Una specie di stand-up comedy grazie alla quale è stato ospite in diverse occasioni a Propaganda live su La7. Collini da anni sta pensando di scrivere un romanzo, ma ancora non se ne è saputo niente. 

Antonio Coletta ha fondato numerosi blog e strambe webzine e collaborato con molte testate e troppi siti internet. Ufficio stampa per Jimenez Edizioni, redattore editoriale e autore piccolo piccolo, ha raccontato la sua fallimentare esperienza di addetto stampa del cantautore Calcutta in Calcutta. Amatevi in disparte (Arcana, 2018), pubblicato la raccolta di racconti Mia madre astronauta (Ultra, 2019) e partecipato a Qui giace un poeta (Jimenez, 2020) con un racconto sullo scrittore cileno Roberto Bolaño. Attualmente vive a Alatri (FR) con Franca, Caterina e due pesci rossi.

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